Operazione Shylock

La mia Valutazione:

8.5/10

n. pagine: 455

Le mie considerazioni

“Nessuna cifra cambierà un bel niente. Rimanga qui e se ne accorgerà. Nel futuro di questi ebrei e di questi arabi non c’è che tragedia, sofferenza e sangue. L’odio è troppo enorme, da una parte e dall’altra, avvolge tutto. Non c’è fiducia e non ce ne sarà per altri mille anni”

Ci sono libri che si capiscono fin dalla prima pagina e libri con cui si fa fatica, questo romanzo,  capitolo dopo capitolo, rivela e alla fine si comprende abbastanza, ma non completamente, essendo anche il finale enigmatico. Anche il titolo e la copertina, che all’inizio non mi erano chiari, hanno acquisito senso man mano che andavo avanti nella lettura.

Shylock è il personaggio del Mercante di Venezia di Shakespeare, l’ebreo che si scontra con il mondo cristiano e che pronuncia un bellissimo monologo, quello che comincia chiedendo se un ebreo non abbia occhi, mani, organi, membra, come chiunque altro. Leggendolo mi sono resa conto che quelle parole potrebbero essere pronunciate da chiunque, un arabo, un cristiano,  chiunque rivendichi la propria umanità di fronte a chi gliela nega. Mi ha colpita un lungo discorso che George Ziad, un amico arabo del vero Roth, rivolge a Philip verso la metà del libro. È un discorso  quasi gridato, dove ripete continuamente la parola “ebrei”, e a un certo punto si chiede se anche lui, da arabo, non sia prigioniero della propria rabbia allo stesso modo. È in quel momento che ho capito meglio il senso del titolo. Roth presta le parole di Shylock a chi Shylock non è, per dire che il risentimento, la prigionia dell’identità  non appartengono a un solo popolo, ma possono capitare a chiunque.

La copertina, con quei volti indefiniti sormontati da impronte digitali, indica già  il tema centrale del romanzo: il doppio. L’immagine è potente: l’impronta digitale, ciò che dovrebbe rendere ogni identità unica e irripetibile, sovrapposta a un volto vuoto, senza tratti, intercambiabile. Trovo che sia stata una scelta editoriale molto accurata da parte di Adelphi, capace di anticipare visivamente, ancora prima di aprire il libro, tutta l’ambiguità che il romanzo racconta. Nel romanzo esiste un altro Philip Roth, uno che gira per Israele predicando il Diasporismo, l’idea che il sionismo abbia fallito e che gli ebrei ashkenaziti dovrebbero tornare in Europa. È attraverso questa figura che il vero Roth riesce a dire cose fortissime, per poi smontarle subito dopo. Ma intanto le ha dette, le ha messe in circolo, le ha fatte esistere sulla pagina, anche se per tutto  il romanzo le insegue e cerca di smontarle in un modo pericoloso e insieme geniale.  Scritto oltre trent’anni fa, Philip Roth fa dire al suo doppio che definirsi nemici di Israele può significare, paradossalmente, stare dalla parte degli ebrei, perché lo stato israeliano avrebbe smesso di tutelarne davvero gli interessi, diventando dalla fine della seconda guerra mondiale la minaccia più seria alla sopravvivenza ebraica stessa. Una provocazione che offre riflessioni sulla questione israelo-palestinese ancora attuali.

Tutto ciò che fa dire all’altro Philip Roth, glielo ha messo in bocca lui. Come tutto ciò che fa dire ai vari personaggi, anche arabi musulmani,  che si susseguono nel libro è frutto della sua mente. Attraverso lunghi monologhi, Roth dimostra come il linguaggio può manipolare la realtà, confondendo il vero con il falso, tra memoria e invenzione. Cosa è vero, cosa è falso, si chiede anche Emmanuel Carrère nella sua introduzione, di fronte a uno sdoppiamento pauroso.

Il contenuto del romanzo, per quanto scritto all’inizio degli anni novanta, arriva come un pugno nello stomaco per quanto la questione tra Israele e Palestinesi resta attuale e peggiorata.

Il punto più angosciante di tutti resta forse il processo al boia di Treblinka, che nel libro è un fatto reale, il processo Demjanjuk. Anche qui Roth mette in dubbio la verità storica. L’uomo processato, accusato di atti disumani, è veramente lui? Se non possiamo esserne certi, cosa resta della verità stessa, di quella verità che su un tema come la Shoah avremmo bisogno di sentire assoluta, definitiva. È una domanda scomodissima, specialmente posta da un ebreo, specialmente su un argomento dove il bisogno di certezza e di giustizia non ammette dubbi.

Roth, ebreo, ha scritto cose pesantissime. Mi chiedo se oggi, nel 2026, glielo pubblicherebbero. Probabilmente no, o non senza polemiche che travolgerebbero il libro prima ancora che qualcuno lo legga davvero. Roth scriveva in un’epoca in cui un grande autore poteva affrontare temi complessi e scomodi, prima che i media e i social si polarizzassero fino al punto in cui mettere in discussione qualcosa viene letto quasi sempre come uno schierarsi contro qualcos’altro. Forse è proprio per questo che il romanzo mi ha colpita, non solo per l’attualità dei temi che tratta, ma perché mostra un modo di pensare e scrivere senza filtri e senza timore che è diventato quasi impossibile.

Operazione Shylock è un romanzo difficile da recensire, difficile da spiegare, ma è proprio in questa difficoltà, in questo continuo sfuggire a una lettura chiara, che sta la sua forza. Mi chiedo perché questo romanzo pubblicato da Adelphi non sia stato pubblicizzato molto. Forse per la sua complessità,  difficile da promuovere in modo accattivante, o forse proprio per l’argomento scottante che tocca. Sto rileggendo queste righe che ho fatto molta fatica a scrivere, mi sembrano confuse, non riesco a fare di meglio e riflettono il fatto che non è  stata una lettura semplice,  ha richiesto impegno e concentrazione. Operazione Shylock non è un libro di svago, sono contenta comunque di averlo letto perché la bravura e il genio di Roth sono eccezionali.

La trama

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