Stoner

La mia Valutazione:

10/10

Le mie considerazioni

Bel Ami e Stoner

In questi giorni sto rileggendo Stoner di John Williams, che avevo  ascoltato tempo fa letto da Sergio Rubini e sto ascoltando per la prima volta Bel Ami di Maupassant, letto da Claudio Carini. Due libri lontanissimi tra loro: William Stoner e Georges Duroy, i rispettivi protagonisti, sono l’uno il contrario dell’altro. Stoner nasce contadino e diventa professore di letteratura. Vive una vita che, vista da fuori, potrebbe sembrare fallita: un matrimonio infelice, una carriera senza gloria, un amore che non può durare, un collega che lo perseguita per anni senza motivo vero. Non conquista niente, non sale nella vita. Eppure, Williams gli dà una dignità che nessuno intorno a lui gli riconosce. Resta fedele a quello in cui crede anche quando non gli porta nessun vantaggio. L’unico grande amore per lui è la letteratura che non lo tradisce mai.  È, in fondo, una vita come tante, come quella dello scrittore anch’egli professore di letteratura inglese all’università, come forse è la mia, come è quella di molte persone.

C’è una scena, all’inizio del romanzo, che per me racchiude tutto Stoner. Il professor Sloane gli chiede cosa significhi per lui un sonetto di Shakespeare, e Stoner non sa rispondere. Non è ignoranza, è il contrario: è il sentire troppo, il percepire qualcosa che non ha ancora le parole per essere detto. Quel silenzio, quel non trovare le parole, lo accompagnerà per tutta la vita. Anche da adulto, anche nei momenti di ingiustizia più bruciante, come nello scontro con Lomax, Stoner non ha mai la risposta pronta. Sente troppo per rispondere con formule fatte, e rimane in un silenzio dignitoso.

Duroy è tutto l’opposto, anche in questo. Ex soldato, originario della Normandia, arriva a Parigi, non ha mezzi e capisce subito che l’onestà non serve a molto, mentre servono l’aspetto fisico, la spregiudicatezza, la capacità di usare le donne, da lui illuse  di essere uniche,  che lo aiutano.  Ha sempre la parola pronta, la battuta seducente, la risposta convincente, e sale in società,  frequenta ambienti altolocati  senza che Maupassant gli faccia mai pagare niente. Non c’è punizione, non c’è giustizia. C’è solo un uomo senza scrupoli che ha capito le regole del gioco meglio degli altri e che le sa sfruttare tutte a proprio vantaggio.

Penso che gli arroganti, quelli che hanno sempre la parola pronta, assomiglino tutti un po’ a Duroy. Il più delle volte quella prontezza è banale, ripete formule fatte, esce facilmente perché non ha dovuto attraversare nulla per arrivare alla bocca.  Oggi ne siamo circondati: tuttologi che parlano di tutto con la stessa sicurezza, gente che vorrebbe farsi un’idea propria, o magari ce l’ha già,  ma non trova il modo di dirla e finisce sommersa da chi urla di più. Duroy all’inizio del romanzo si fa scrivere i pezzi per il giornale dalla moglie del suo capo, senza scrupoli, pur di arrivare più in alto. John  Williams, nel raccontare Stoner usa una forma poetica, non cerca mai l’effetto brillante e quindi anche la prosa riflette questa ricerca di parole giuste

Messi vicini, questi due uomini raccontano due modi opposti di stare al mondo, e mi accorgo che parlano molto anche di oggi. Viviamo in un tempo che sembra premiare più Duroy che Stoner, più chi si sa mettere in mostra che chi lavora con serietà una vita intera senza cercare applausi. Eppure, è Stoner il libro che mi commuove, quello a cui voglio tornare anche sapendo già come finisce. In certi momenti vorrei abbracciarlo, è disarmante.

Anche l’ascolto mi ha fatto sentire questa differenza. Rubini dà a Stoner una voce discreta, mai sopra le righe, lascia che sia il romanzo a parlare. Carini invece costruisce per Duroy una voce più teatrale, impostata, che all’inizio mi ha spiazzata ma che ho capito essere perfetta per un personaggio che recita sempre una parte, con le donne, con i colleghi, con se stesso. Due modi opposti di leggere ad alta voce, perfetti per il libro a cui erano destinati.

La maggior parte di noi vive una vita molto più simile a quella di Stoner che a quella di Duroy,  fatta di lavoro quotidiano, di piccole delusioni, di passioni silenziose a cose che nessuno nota, e a volte anche di silenzi perché non si trovano le parole. Ma i social e i media continuano a mostrarci tanti piccoli Duroy, vite costruite ad arte per sembrare uniche e vincenti, sempre pronte a dire la loro su tutto, e alla fine rimane un senso di sconfitta generale, come se la vita normale fosse una versione minore di quelle così brillanti e ostentate. La lettura di Stoner insegna che la nostra vita normale è quasi sempre la più vera, ed è quella che, alla fine, vale la pena vivere e raccontare. Il voto che assegno è per Stoner, un capolavoro. È straordinario  scrivere in modo fluido, poetico, evocativo un romanzo perfetto su una vita banale e ordinaria, John Williams ci è riuscito.

È più semplice descrivere la vita di un eroe, anche se negativo,  come Bel ami; rimane giustamente un classico della letteratura, scritto molto bene, ma a me personalmente ha lasciato poco.

La trama

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