Un incantevole aprile

La mia Valutazione:

8/10

Le mie considerazioni

Un incantevole aprile di Elizabeth von Arnim è stato per me uno di quei libri che hanno bisogno di una seconda lettura. L’avevo letto, l’avevo trovato carino, ma questa volta l’ho apprezzato di più. L’ho riletto per il tema proposto dal gruppo di lettura a cui partecipo: il villeggiare. Non appena è stato proposto l’argomento mi è saltato alla mente questo romanzo: un incantevole aprile di villeggiatura, appunto.

Von Arnim pubblica il romanzo nel 1922, e racconta di quattro donne inglesi, estranee tra loro e diversissime, che affittano insieme per un mese un castello medievale in Liguria. C’è Lotty, che decide, in una piovosa giornata londinese, che quel castello è il posto dove deve andare per evadere da una vita noiosa e convince Rose, devota e rigida, ad andare con lei anche se non si conoscono. C’è Mrs. Fisher, anziana e indurita dai ricordi. C’è Lady Caroline, giovane e bellissima e stanca di essere ammirata.  Quattro solitudini che, tramite un annuncio sul giornale, si trovano sotto lo stesso tetto.

La rilettura mi ha posto la domanda che pervade il romanzo: cosa ci impedisce di essere felici? la devozione mal riposta di Lotty, i pregiudizi reciproci di Mrs. Fisher, gli impegni e le persone che ci tengono legati anche quando ci esauriscono come Rose e Lady Caroline, la rigidità della forma sociale di tutte? Tutte gabbie che San Salvatore (il castello) scioglie con la bellezza.

La bellezza del posto non è uno sfondo, ma è una forza.  Il profumo dei glicini, la luce del mattino, il giardino che esplode di colore: tutto concorre a restituire alle quattro donne qualcosa che la vita ordinaria aveva esaurito, oltre all’evasione dalla routine che offre la vacanza. Von Arnim ci dice che la bellezza non è solo un fattore estetico, è una condizione quasi necessaria per tornare a sé stessi. Questo fa pensare. Quante località di villeggiatura sono esattamente il contrario? caotiche, brutte, costruite per estrarre soldi piuttosto che per offrire respiro. La villeggiatura vera, nel senso profondo della parola, richiede un posto che abbia qualcosa da dare, per il benessere fisico e mentale.

C’è poi un tema che non avevo notato la prima volta, o forse avevo sottovalutato: la bontà. Rose è buona, genuinamente, instancabilmente buona, eppure non è felice. La sua bontà è anche un peso, una forma di controllo morale esercitato su sé stessa prima ancora che sugli altri. Von Arnim lo osserva con ironia affettuosa, provoca senza crudeltà: essere buoni non basta, se la bontà diventa una gabbia come le altre.

E poi c’è un piccolo dettaglio che mi ha fatto sorridere: von Arnim, Inglese in Italia, annota nelle prime pagine il ritardo dei treni. Si dice sempre che negli anni Venti i treni arrivavano puntuali, evidentemente no, almeno non in Italia, e lei lo sa benissimo. Un occhio straniero che osserva una piccola crepa nel nostro mito del passato.

Mi è piaciuto, un romanzo di svago, lo humor inglese dell’autrice mi ha infuso un senso di freschezza di cui avevo bisogno.

La trama

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