Madame Bovary

La mia Valutazione:

8.5/10

Le mie considerazioni

È stato un estratto di Julian Barnes a rimettermi in mano Flaubert. Leggendo le prime pagine de Il pappagallo di Flaubert, mi sono imbattuta in un accenno alla statua a Rouen che lo scrittore contempla con la sua ironia affettuosa, e qualcosa si è riacceso. Ho ripreso Madame Bovary dopo anni. Ricordavo a grandi linee la storia, e un senso di fastidio per Emma che non riuscivo del tutto a spiegarmi. Questa volta ho cercato di capire meglio.

La Normandia, la provincia francese, la conosco bene. L’ho attraversata più volte in viaggio: quella provincia grigia, piatta, silenziosa, campi enormi e un cielo sempre basso. Non parlo delle deliziose cittadine sulla costa, ma di quei villaggi sperduti dove le giornate si assomigliano, dove il tempo scorre senza che accada niente di particolare. Mi sono sempre chiesta come si possa vivere così isolati, a differenza dell’Italia in cui da un paese all’altro non c’è mai troppa distanza. E adesso quella sensazione di pesantezza l’ho ritrovata sulla pagina, l’ho sentita quasi a livello fisico.

Dire che il romanzo racconta il bovarismo di Emma è vero, ma stavolta ho trovato che ciò che Flaubert costruisce è qualcosa di più sottile: la noia come clima, un’aria che tutti i personaggi respirano, o in cui soffocano. Léon fugge a Parigi perché sente che quella provincia lo sta spegnendo. Rodolphe seduce Emma anche per noia, per riempire il tempo, e la abbandona con la stessa indifferenza con cui ha cominciato. Persino Homais, il farmacista, sempre indaffarato e pomposo, sta combattendo il vuoto a modo suo. Il romanzo non descrive questa oppressione: la trasmette, la fa sentire addosso al lettore.

Una cosa che alla prima lettura non avevo notato è quanto Flaubert sia spietato con Charles. Lo ritrae con una precisione crudele. La scena grottesca iniziale del berretto è già tutto Charles: un uomo che non sa stare al mondo con grazia, che occupa lo spazio in modo sbagliato senza capire perché gli altri sorridono. Non ha  consapevolezza, Charles non soffre per quello che non è, perché non lo sa. Flaubert è spietato in questo. Emma soffre per quello che non ha, e questa sofferenza almeno le dà una vita interiore. Charles esiste, e basta.

Il momento più devastante è quello finale: Charles trova le lettere dei due amanti, non si indigna, non si arrabbia, cede. Non è nobiltà d’animo, è assenza. Ha amato un’idea di Emma, non Emma. Emma soffoca, e lui non se ne rende conto, non vuole vedere la realtà  anche quando il caso gliene dà l’opportunità.

Emma non è una bella figura:  è vanitosa, egoista, fredda con  la figlia Berthe, ma non riesco a condannarla: capisco la sua delusione, la distanza enorme tra il mondo come lo si sogna e come poi si presenta davvero. Il problema è che cerca la via d’uscita sbagliata, e intorno a sé distrugge tutto. Di personaggi ammirevoli, però, nel romanzo non ce ne sono: Rodolphe è cinico, Léon è debole e alla fine anche un po’ volgare, Homais è grottesco. Non c’è un uomo giusto, nessuno si salva.

C’è una domanda che questa rilettura mi ha lasciato senza risposta. Cosa spinge certe persone a non considerare mai il costo reale di quello che fanno, né per sé né per gli altri? Emma non calcola mai: vive di slancio, di illusione, di fuga e non finisce bene.

Una cosa che ho apprezzato molto, rileggendolo, è la scrittura di Flaubert. All’inizio ho faticato un po’,  è pur sempre Ottocento, il passo è diverso da quello attuale. Ma poi ci si abitua al ritmo, e si comincia a vedere quanto sia moderno, preciso, ironico. La cosa più straordinaria è che l’autore sembra non esserci: non sento una voce che giudica, non c’è un narratore che prende posizione, che si schiera, che ci dice come dobbiamo sentirci come per esempio Tolstoj.  Flaubert si è tolto dal romanzo eppure la sua spietatezza verso i personaggi si sente forse proprio per questo: non la dice, la mostra. Un romanzo moderno, fu censurato al momento della pubblicazione, nel 1857, con un processo per oscenità che poi Flaubert vinse. Quello che disturbava non era la morale della storia, era lo sguardo, freddo e preciso, senza redenzione e senza condanna. Si dice che Flaubert si sia ispirato a un fatto di cronaca reale, la storia di Delphine Delamare, moglie di un medico di campagna morta suicida dopo debiti e tradimenti.

In fondo, il romanzo mi è piaciuto. Che sia considerato un classico si capisce, finito di leggere, resta qualcosa su cui rifletto. Emma pecca, Emma paga, Emma muore. Gli uomini intorno a lei continuano, si adattano, sopravvivono. Rodolphe torna alla sua vita di sempre, Léon fa carriera, il farmacista Homais alla fine ottiene persino la Legion d’onore. Era la mentalità del tempo, e Flaubert è uno del suo tempo.  Ma la donna che desidera, che sbaglia, che non si accontenta, non si salva. Non si salva mai quando chi la crea è un uomo. Mi è venuto spontaneo pensare, per contrasto, a La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë, pubblicato qualche anno prima. Anche lì una donna infelice in un matrimonio sbagliato, anche lì il desiderio di una vita diversa. Ma Helen non aspetta che il mondo decida per lei: sceglie, agisce, si prende la responsabilità di andarsene. È un romanzo scritto da una donna, e si sente. Forse è anche per questo che fu accolto con scandalo ancora maggiore: una donna che si salva da sola, senza essere punita, era evidentemente più sovversiva di una donna che muore.

La trama

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