Kolchoz

La mia Valutazione:

7/10

n. pagine: 407

Le mie considerazioni

C’è una frase che il padre di Carrère annota nei suoi diari, e che ho trovato meravigliosa: parla del curioso ammiccamento della Storia a una coppia del ventesimo secolo, e nasce dalla scoperta di un filo storico molto sottile tra un piccolo luogo sperduto dei Pirenei e la lontana Georgia da cui proveniva sua moglie. È il gesto di un uomo che cerca segni, connessioni, qualcosa che dia senso a ciò che ha vissuto. Un uomo che ha adorato una donna per tutta la vita, dandole del lei per settantuno anni, separato da lei in casa, eppure fedele a quell’adorazione fino alla fine. Cominciare da qui mi sembra giusto, perché questa frase torna sul finale, e nel mezzo c’è tutto il libro.

Vale la pena fermarsi sul titolo, perché contiene già molto. Kolchoz rimanda immediatamente alla Russia, e di Russia nel libro ce n’è tantissima, insieme all’Ucraina, alla Storia che irrompe nelle vite e le trasforma. Una Storia che in qualche modo tradisce proprio Hélène, diventata nel tempo una delle maggiori esperte francesi di quel mondo, della sua cultura, dei suoi abitanti. C’è qualcosa di amaro in questo: il paese che conosci meglio di tutti si trasforma sotto i tuoi occhi in qualcosa di irriconoscibile. Ma kolchoz è anche altro, è un ricordo intimo che Carrère porta con sé: stare nel letto con la madre e le sorelle quando il padre non c’era, quel calore semplice e antico di un nucleo ancora intero. Nel titolo convivono la Storia e la memoria privata, il freddo della politica e il caldo di un letto condiviso da bambini. È già, in una parola sola, tutto il libro.

Kolchoz non è facile da definire: non è un memoir, non è un saggio storico, non è un’autobiografia, è un po’ tutto questo insieme e qualcosa di più. Le prime duecento pagine mi hanno messa alla prova: nomi georgiani, russi, francesi, riferimenti storici che si accumulano, personaggi che entrano ed escono. Ho pensato più volte di mollare. Poi il libro cambia passo, si avvicina, e comincia la storia della famiglia, e soprattutto la storia di Hélène, la madre di Carrère, figura ingombrante e sfuggente insieme.

Hélène è una donna che ha costruito una carriera impeccabile, ha raggiunto la vetta delle istituzioni culturali francesi, è diventata un personaggio pubblico rispettato e rispettabile. Ma sotto quella superficie c’è una frattura che non ha mai voluto nominare: il padre georgiano, esiliato, sparito nel 1944 senza più dare notizie, accusato di collaborazionismo con i nazisti, la figlia ha il ricordo della mano nella mano con lei bambina, un pover’uomo guardato con pena sul tram,  e poi il silenzio. Tutta la sua vita successiva, la carriera, la rispettabilità, il distacco, sembrano costruiti anche sopra quella rimozione. Il marito, che l’ha amata con un’intensità rara, è stato lasciato con la stessa determinazione con cui lei ha chiuso la porta su tutto ciò che poteva metterla in discussione. Si percepisce la distanza tra la donna che era stata e la donna che ha scelto di diventare, e Carrère la racconta senza giudicarla, con una lucidità che si sente costare fatica. La vera sorpresa  del libro è lui. Mi aspettavo lo scrittore pieno di sé, lo sguardo freddo e controllato che conosco dai suoi libri precedenti, dalle interviste.  Invece ho trovato un uomo che fa i conti con una madre irraggiungibile, e che ammette, con una franchezza che non mi aspettavo, di aver cercato per tutta la vita quella tenerezza che lei non sapeva o non voleva dare. Confessioni inaspettate, per uno del suo calibro e della sua esposizione pubblica. Un’esposizione che rende quel fare i conti ancora più difficile, ancora più coraggioso, o forse semplicemente necessario, come accade a una certa età.

Sono contenta di aver proseguito la lettura, a fatica, ma l’ho letto fino alla fine e  sono soddisfatta.

La trama

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