Niente come leggere un romanzo americano aiuta a capire l’America, molto più di quanto non faccia qualsiasi giornale.
Gli Stati Uniti non sono New York, Chicago, le medie e piccole città di provincia, ma sono anche quei paesi silenziosi degli stati interni, dove la gente vive ai margini, in case mobili sperdute tra i boschi, senza assicurazione sanitaria, arrangiandosi giorno dopo giorno. È questa l’America che la grande letteratura sa raccontare, quella che i media in genere ignorano. Ed è questa l’America di questo romanzo di Russell Banks.
Il dolce domani è ambientato in una piccola comunità di montagna al confine con il Canada, nello stato di New York, un luogo povero, freddo, dimenticato. La storia ruota attorno a un incidente: uno scuolabus che durante una nevicata esce di strada e provoca la morte di quattordici bambini. Non è un romanzo su un incidente, ma è un romanzo sulle vite che quell’incidente spezza, rivela e mette a nudo.
Banks costruisce la narrazione a quattro voci: l’autista del bus, un padre vedovo che ha perso i suoi due gemelli, un avvocato di New York giunto in paese per intentare una causa collettiva, e una ragazzina di quattordici anni rimasta paralizzata. La scrittura è scorrevole, quasi gentile ed è sconvolgente questa dolcezza nella tragedia. Ogni personaggio ha già i propri guai prima che il bus esca di strada. L’incidente non crea loro i problemi, ma li porta alla luce.
La voce dell’avvocato è inquietante. Arriva da New York con il fiuto per le cause milionarie: una comunità prostrata dal dolore è terreno adatto per chi sa trasformare il lutto altrui in un risarcimento a sette cifre. È il classico avvoltoio di città che piomba dove c’è miseria e convince tutti che la giustizia si misura in dollari. Ma Banks gli toglie la maschera del cinismo e mostra un uomo ricco economicamente, ma in rovina interiore che usa la causa come fuga dal proprio fallimento personale.
Il personaggio più devastante è però Nichol, la quattordicenne sulla sedia a rotelle. La sua voce è la più difficile da reggere, non perché Banks la carichi di pathos, ma perché quello che racconta è insopportabile nella sua logica. Prima dell’incidente subiva gli abusi del padre in silenzio. Quando i genitori intravedono la possibilità di guadagnare dalla causa, capisce che la sua invalidità è diventata una nuova risorsa da sfruttare. Chi avrebbe dovuto proteggerla vuole ancora una volta usarla. Ed è allora che Nichol cambia le carte in tavola e si riprende l’unico potere che le resta. Non è una rivincita trionfante, è un gesto freddo e silenzioso di pura sopravvivenza.
Il finale lascia addosso una grande amarezza. Dolores, l’autista, fa la sua prima uscita pubblica dopo l’incidente e il paese la ignora, la isola, ha già deciso. Solo Billy Ansel, padre dei gemelli morti e ormai perso nell’alcol, le parla. È lui a raccontarle della testimonianza di Nichol. Due persone segnate, circondate da una comunità che ha già trovato il suo colpevole e non ha più bisogno di farsi domande. È uno dei bisogni più antichi dell’essere umano: nominare un colpevole, e poi voltarsi dall’altra parte. Dolores diventa il capro espiatorio che permette a tutti gli altri di non guardarsi dentro. Ma Banks ci ha già raccontato, pagina per pagina, che dentro quella comunità ci sono abusi, solitudini, miserie e fallimenti. Il paese non è innocente, è solo bravo a nasconderlo.
Le vere vittime di questa storia non sono solo i quattordici bambini morti. È l’intera comunità, logorata dal dolore, dall’avidità, dal bisogno di una verità semplice in una vicenda che semplice non è. Nichol mente per salvarsi, e nel farlo salva involontariamente tutti da anni di cause legali. Un atto egoistico che diventa collettivo, compiuto dall’unica persona che in fondo aveva davvero tutto da perdere.
Il titolo Il dolce domani: per chi? Non per Dolores, non per Billy, non per Nichol, non per quella comunità che non tornerà più com’era, benché imperfetta. Forse quel domani appartiene soltanto ai quattordici bambini che non ci sono più, gli unici che non dovranno fare i conti con il giudizio degli altri, con la miseria, con l’amarezza di sopravvivere. Eppure Banks non chiude senza lasciare niente. In mezzo all’indifferenza generale, qualcuno aiuta Dolores con la sedia a rotelle del marito, un gesto piccolo, quasi invisibile, che poche ore prima le era stato negato. Non è perdono, non è la comunità che cambia. È solo un momento di umanità basica, uno sprazzo di luce in un quadro molto triste. Ma in quel contesto, secondo me ha un peso, forse, in quei piccoli gesti che resistono al dolore, qualcosa di quel domani esiste ancora. Mi piace pensare che sia così. È stata una lettura piacevole, Banks mantiene una scrittura dolce pur trattando questioni molto dure, racconta personaggi che è difficile giudicare, non dà una morale, non giudica, non concede un lieto fine. Se proprio devo trovare un difetto è che ho avuto la sensazione di vedere la storia dietro un vetro, anche se coinvolgente la storia sembra mantenere la distanza da chi legge.