Ho tra le mani Santa Barbara di Nicola Lagioia e mi dispiace lasciarlo andare. Come ho già scritto in un’altra recensione, citando Baricco, questa è la mia standing ovation per un bel libro.
Ammetto di averlo comprato per la copertina, una splendida fotografia di Lisetta Carmi, una fotografa che non conoscevo e di cui ho cercato notizie. Genovese, ha vissuto i suoi ultimi anni in Puglia: un legame in più con un romanzo ambientato proprio lì.
Fin dalle prime righe, in cui compaiono due dei personaggi principali, ho capito di trovarmi davanti a una grande storia. Lagioia sa costruire vicende e personaggi con un equilibrio raro.
Il romanzo segue due famiglie di Capurso, piccolo paese pugliese, dai primi anni del Novecento in avanti: la povertà di una terra, la fame, la guerra, il dopoguerra, gli anni del boom, la Cassa del Mezzogiorno, la moda. Le vicende personali si intrecciano con la Storia, che l’autore inserisce con grazia: non è un saggio storico, ma di Storia ce n’è tanta.
I personaggi sono indimenticabili, i “buoni” ma anche i “cattivi”. Eppure, anche nel giudicarli devo essere onesta: un’origine fatta di povertà, abbandoni e stenti non aiuta certo a diventare buoni. C’è sempre un senso di rivalsa, la sensazione di essere creditori della vita, che li porta a certi atteggiamenti e c’è chi si evolve e chi si imbruttisce.
Questo romanzo mi ha fatto riflettere sui pregiudizi e sui giudizi facili che, dalla mia vita fortunata, tendo a dare su fatti e persone. E mi ha confermato una cosa: chi può studiare ha più possibilità di riuscire, ma… c’è un ma: durante la lettura ho percepito un’ombra che si è rivelata soltanto alla fine. Il duro lavoro, l’impegno, la dedizione non bastano: serve anche la fortuna degli incontri giusti, nel lavoro, nell’amicizia e nell’amore.
Su tutti veglia Santa Barbara, patrona del paese, la santa dei fulmini e delle esplosioni. Nel romanzo è una presenza viva: conosce i segreti delle donne, sembra pronta a esaudire anche i desideri più crudeli e ha nascosto il suo cuore in un angolo del paese, in attesa che un bambino dall’animo puro lo ritrovi. Mi ha ricordato Santa Barbara dei fulmini di Jorge Amado, dove la statua della santa prende vita e gira per le strade di Bahia. In Amado è una presenza gioiosa e liberatoria, qui è inquietante, quasi complice dei rancori. Mi ha strappato un sorriso amaro la devozione delle donne che chiedono grazie a danno degli altri: una “fede” che disturba, la superstizione che nasce dall’ignoranza.
Leggendo, mi sono tornati in mente due grandi romanzi. Cent’anni di solitudine, perché Capurso, come Macondo, è il microcosmo da cui tutto parte: ci sono Bari e altri luoghi, ma il cuore della storia pulsa lì e Furore, per la fatica del lavoro, per la lotta quotidiana di chi cerca di sollevarsi, economicamente e socialmente, da una vita di stenti.
Non ho assegnato il 10 pieno peri il finale che mi ha lasciata perplessa, ma probabilmente è l’unico possibile. Sono più di seicento pagine ma, arrivata all’ultima, avrei voluto ricominciare. Ed è per questo che mi dispiace lasciarlo andare.