Ho finito Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone, l’autrice de La portalettere, un romanzo che avevo apprezzato. Gli anni in bianco e nero sono gli anni Sessanta del Novecento: le vicende si snodano in quel decennio nella provincia pugliese, e le protagoniste sono quattro sorelle, raccontate da Domenica, la più piccola, un piccolo genio con la passione del cinema e della regia.
Buona parte del romanzo si svolge nella sartoria, un laboratorio ricavato nel garage dell’abitazione della famiglia Elia: un luogo di ritrovo per le donne, clienti, parenti e amiche, che lì possono raccontarsi cose senza lo sguardo e il giudizio severo degli uomini, soprattutto quello di Pantaleo, padre padrone della famiglia Elia. Si racconta il rapporto tra sorelle, la loro sorellanza fatta di solidarietà e segreti, poche smancerie ma solidali all’occorrenza.
Gli anni in bianco e nero sono proprio quegli anni Sessanta che noi oggi ricordiamo per il boom economico, ma che in fatto di diritti per le donne, di mentalità, di regole erano anni molto bui. Il padre è la figura peggiore del romanzo, rappresenta il peggio del maschilismo, ma anche gli altri uomini del romanzo, a parte uno di essi, non ne escono bene: c’è sempre di base una mentalità maschilista che influenza le loro azioni
Il romanzo non è male, una storia familiare che si intreccia con gli avvenimenti storici di quel decennio, ma l’autrice ha voluto strafare. C’è troppo: troppo precoce la protagonista che decide di diventare regista dopo aver sbirciato di nascosto i film nel piccolo cinema di paese, troppi avvenimenti storici raccontati sullo sfondo della storia, troppo sentimentalismo in certe parti, troppa violenza in altre. Se ci fosse stato qualcosa in meno, mi sarebbe piaciuto di più. La stonatura non sta nella storia, mi è piaciuta l’idea della sartoria come spazio di libertà femminile, io ricordo i laboratori casalinghi di mie parenti sarte, e ritengo che il contrasto tra boom economico e arretratezza dei diritti siano ottimi spunti per il romanzo, ma ho avuto la sensazione che l’autrice non si fidasse abbastanza della storia principale e sentisse il bisogno di caricarla di tutto. Ecco, mi è sembrato un saggio di storia su cui l’autrice ha cucito addosso un romanzo. (per restare in tema…)