Ho terminato l’ascolto di “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi, letto magistralmente da Sergio Rubini con una voce calda, avvolgente, drammatica e mi ritrovo con un’inquietudine che non accenna a smorzarsi. Quel ripetersi di “sostiene Pereira” è diventato quasi ipnotico.
Il romanzo è ambientato a Lisbona negli anni Trenta in quell’onda nera che aveva investito l’Europa intera: libertà ridotta, censura, nazionalismo sfrenato, violenza. Il fascismo raccontato da Tabucchi non è esploso, ma si è insinuato nella vita quotidiana, nella lingua dei giornali, nell’autocensura, nella paura diffusa. Pereira è un intellettuale che ha scelto di non vedere, si occupa della pagina culturale di un giornale. Un uomo che ha perso la moglie e che dialoga con il suo ritratto, vive in una dimensione tra i vivi e i morti. È un cristiano cattolico, ma si sente un eretico perché non crede nella resurrezione della carne, sente spesso il bisogno di parlare con il suo amico-confessore Padre Antonio. È però il Dottor Cardoso, che incontra in una clinica talassoterapica dove si reca per curare problemi cardiologici, con la sua teoria delle anime egemoni che lo aiuta a capire ciò che gli sta accadendo dentro, è in corso una trasformazione che non riesce a capire. Lui vorrebbe continuare il suo tranquillo tran tran, ma la trasformazione è provocata da una giovane coppia che entra improvvisamente nella sua vita: Monteiro Rossi idealista e tormentato e Marta, la ragazza dai capelli color rame intraprendente e coraggiosa. Sono loro a tirarlo fuori dal guscio, insieme rappresentano una forma di lotta e resistenza per difendere ciò che è giusto.
Il “sostiene Pereira” ripetuto come un mantra mi suonava come un qualcosa di giudiziario, di interrogatorio. Ne ho capito il significato soltanto nella postfazione di Tabucchi. L’autore ha sentito la voce di Pereira ancor prima di creare il personaggio.
Letto oggi, a distanza di trent’anni dalla pubblicazione, è disturbante. Quegli ingranaggi neri non appartengono al passato, viviamo in un’epoca in cui siamo tutti più alfabetizzati rispetto agli anni Venti e Trenta del Novecento, abbiamo un accesso all’informazione che non ha eguali nella storia, eppure il mondo sta prendendo una piega inquietante, la propaganda becera trova terreno fertile nei social che con i loro algoritmi confermano sempre e solo ciò che pensiamo, nell’ignoranza, nella frustrazione, nel bisogno di risposte a domande ad una élite arrogante e distante che non sa dare. Il cinismo predomina, sembra inutile fare qualcosa finché non si è toccati in prima persona, Pereira invece, pur non essendo giovane e particolarmente eroico e coraggioso non è cinico e il suo non essere cinico lo salva. Pereira alla fine sceglie e sembra che Tabucchi ci sproni a non far finta di non vedere prima che sia troppo tardi per agire.
Quando leggo percepisco spesso luce, colori, ombre. In questo romanzo ho percepito l’oppressione come qualcosa di fisico, un grigio, una cupezza soffocante. Se dovessi rappresentare il romanzo con un quadro dipingerei uno sfondo scuro e cupo, con una macchia color rame al centro: i capelli di Marta, quella vitalità, quella resistenza che il regime vuole soffocare, ma non riesce a cancellare del tutto.
Voglio vedere quella macchia come il punto luce del romanzo, la speranza per i giovani come Marta e Monteiro Rossi, imperfetti, avventati, idealisti, ma capaci di agire per un senso di giustizia ancora vivo.