Questo libro era nel mio scaffale dal 2019. Poi, su suggerimento di una cara amica e, considerato il tempo drammatico che l’Iran sta vivendo, ho deciso che era arrivato il momento di aprirlo. Sono contenta di averlo fatto.
Negli ultimi anni l’Iran è tornato spesso al centro dell’attenzione, raccontato attraverso immagini di proteste e repressione. Si ha l’impressione di una società attraversata da fratture improvvise. La casa della moschea di Kader Abdolah invita invece a cambiare prospettiva. Il romanzo segue le vicende di una famiglia legata a una casa affacciata su una moschea, simbolo di stabilità e continuità. Attraverso le generazioni, Abdolah racconta la trasformazione dell’Iran dalla fine del regime dello Scià alla rivoluzione islamica e agli anni successivi. Ma ciò che mi ha colpita non è tanto la ricostruzione storica, quanto il modo in cui la Storia entra nelle esistenze individuali: nei gesti quotidiani, nei silenzi, nelle crepe delle certezze.
La società iraniana emerge come profondamente stratificata: c’è la Teheran colta e laica, c’è la provincia religiosa, ci sono le donne anziane che vivono la fede come identità totale, non come imposizione, e i giovani che soffocano sotto lo stesso sistema che le nonne abitano con tanta naturalezza. Sono tutti Iraniani, ma vivono in mondi morali quasi incompatibili.
Questa storia corale ha un cast di personaggi tutti ben delineati, ciascuno capace di incarnare una sfumatura diversa dell’Iran che cambia. Su tutti spicca Aga Jan, il capofamiglia: uomo autorevole, mercante rispettato, custode di tradizioni. Quello che mi ha colpita di lui è la sua coerenza silenziosa, non è mai fanatico, non si piega ai venti della rivoluzione, ma non si illude nemmeno di fermarli. Sa che il mondo cambierà e sceglie semplicemente di restare fedele a sé stesso fino in fondo. La sua religiosità è intima, non ideologica, e quando la fede viene trasformata in strumento di potere, lui ne soffre in silenzio. Un custode consapevole, lo definirei.
Al suo opposto c’è Zeynat, la cognata, e il suo è forse il personaggio psicologicamente più inquietante del romanzo. Donna anonima per gran parte della storia, invisibile, ombreggiata dalle figure più brillanti della casa, trova nel fanatismo rivoluzionario una forma di esistenza che la vita ordinaria non le aveva mai concesso. Diventa capo della milizia per la tutela della morale, crudele e irriconoscibile. Abdolah non la dipinge come una malvagia nata: lascia intravedere la fragilità che c’è sotto, il bisogno di contare, di appartenere a qualcosa. Ed è proprio questo a renderla disturbante. Molte delle figure più feroci della rivoluzione khomeinista venivano da margini sociali, da vite senza voce. Il potere rivoluzionario ha dato loro una divisa, morale e fisica. E poi c’è un personaggio che ho seguito per tutto il romanzo credendo di conoscerlo e che nel finale mi ha riservato una sorpresa.
Leggendo, ho pensato molto all’Iran di oggi. La rivoluzione del 1979 non è caduta dal cielo: è cresciuta nelle case, nelle moschee di quartiere, nelle conversazioni sottovoce al bazar. Quando è esplosa, era già ovunque da anni. E il movimento Woman Life Freedom del 2022 segue la stessa logica, non è nato da un giorno all’altro. Mahsa Amini è stata la scintilla, non la causa. Abdolah lo mostra con precisione: i cambiamenti veri partono dal basso, in sordina, e solo a posteriori rivelano la loro forza dirompente.
C’è una riflessione che questo libro mi ha lasciato con forza: ogni cambiamento imposto dall’esterno genera resistenza, non liberazione. Lo dice la storia: dall’Iraq all’Afghanistan. E Abdolah lo mostra anche nel romanzo: la modernizzazione forzata dello Scià, sostenuta dall’Occidente, ha creato il terreno per la reazione khomeinista. La provincia iraniana ha una sua sovranità culturale profonda, fatta di pratiche quotidiane che nessuna rivoluzione riesce davvero a riscrivere. Le nonne del romanzo ne sono l’incarnazione: non fanno discorsi politici, non si ribellano in modo visibile, ma custodiscono qualcosa.
Lo stile di Abdolah, sobrio e quasi fiabesco, si legge con grande fluidità. La narrazione non giudica, osserva, lasciando emergere contraddizioni e ambiguità.
La casa della moschea non spiega l’Iran di oggi in senso diretto, ma offre una chiave per comprenderne la profondità.
La casa della moschea non è stata la mia unica lettura sull’Iran. Ho letto anche Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi: lo sguardo vissuto di un’insegnante laica che racconta la deriva autoritaria e maschilista degli ayatollah a partire dalle università, un prima e un dopo scritto sulla propria pelle. E poi una raccolta di racconti di autori iraniani under 30, voci di una generazione che non ha vissuto la rivoluzione ma ne vive ancora le conseguenze, con riferimenti globali e radici profondissime. Tre libri, tre prospettive diverse, eppure tutte concordi nel restituire la stessa cosa: una complessità che non si può semplificare con lo slogan “regime change”
Mi chiedo, e non riesco a smettere di chiedermelo, se chi ha deciso quest’ultima guerra abbia mai aperto uno di questi libri. Se abbia mai considerato quanto sia difficile, quanto sia pericoloso, intervenire su un paese con tradizioni, cultura e religione così stratificate. La storia risponde chiaramente: dall’Iraq all’Afghanistan, Siria, Libano, Gaza, ogni semplificazione ha prodotto macerie. Non militari, ma umane.
La casa della moschea non spiega l’Iran di oggi in senso diretto, ma offre qualcosa di forse più prezioso: una chiave per comprenderne la profondità. E lo fa fino all’ultima pagina con un colpo di scena finale che non avevo previsto e che ha aggiunto un ulteriore livello di senso a tutta la storia.