Il senso di Smilla per la neve

La mia Valutazione:

7.5/10

Le mie considerazioni

Per la sfida 2025 è previsto un giallo nordico e ho deciso di riprendere in mano Il senso di Smilla per la neve dopo quasi trent’anni. All’epoca lo avevo comprato attratta dal titolo, che mi sembrava, ed è ancora, bellissimo. Rileggendolo oggi, però, mi ha fatto lo stesso effetto di allora: un libro cupo, un po’ confuso, pieno di termini e nomi che mi hanno reso la lettura faticosa. I gialli non sono proprio il mio genere, a parte Simenon e Christie, e quelli nordici per me sono ancora più difficili. Ne ho cominciati alcuni da estratti digitali per la sfida e alla fine sono ritornata a “Smilla”.

Quello che continua a salvarlo, per quanto mi riguarda, è Smilla. Lei è davvero un personaggio che resta: intelligente, profonda, complicata, disperata,  in certi momenti l’avrei voluta abbracciare. Ogni volta che la storia si concentra su di lei, mi interessa di più. È quasi solo grazie a Smilla che ho avuto voglia di proseguire.

La sua origine mista — metà groenlandese e metà danese — rende tutto più inquieto. È chiaro fin dalle prime pagine che a Copenaghen non si sente a casa, vive sempre un po’ ai margini, e questo suo disagio arriva forte.

A metà libro  c’è un cambio di ritmo che mi ha spiazzata. La trama diventa ancora più confusa e complicata per nomi, per termini tecnici e luoghi; mi ha portata quasi a saltare delle pagine, cosa che non faccio quasi mai. Piuttosto lascio perdere, invece ho deciso di proseguire.  A differenza di altri gialli, non avevo nemmeno la curiosità di scoprire il colpevole, anche perché era una rilettura: a un certo punto si capisce che non è più un mistero “normale”, ma qualcosa che va più nel fanta-politico… un po’ troppo per me. Da giallo/thriller diventa anche romanzo psicologico, fantascientifico ed ecologico.

Un aspetto che mi ha colpita è come il romanzo smonti l’idea di Danimarca che abbiamo in testa oggi: il Paese dell’Hygge, delle candele, delle case accoglienti. Qui c’è ben altro. Fin dalle “Cellule bianche”, un complesso residenziale gelido e grigio, che ho scoperto essere un nome di fantasia, ma che esiste nella realtà, arriva addosso una sensazione di freddo e di disagio. Inoltre, c’è il tema dei Groenlandesi, che in Danimarca non sono affatto benvoluti. Il libro racconta anche questo sfruttamento, le vessazioni da colonizzatori sul popolo Inuit  e dà uno spunto interessante dal punto di vista politico e sociale.

Per concludere: la trama non mi ha conquistata e rimane un libro difficile, non proprio scorrevole. Fortunatamente c’è  Smilla: lei resta un personaggio bello, forte, unico.  Secondo me è l’unico vero motivo per leggerlo. La conoscenza profonda della neve e del ghiaccio, la sua intraprendenza e il suo coraggio per scoprire la verità sulla morte del piccolo Esajas sono esemplari.

Non so nemmeno che voto dare. Direi un 7,5: una “media”: da una parte ci sarebbe un voto altissimo solo per Smilla e per l’idea della storia, che secondo me sono davvero forti; dall’altra parte, però, assegno un voto molto più basso per tutta la confusione, la prolissità e quei giri narrativi che mi hanno fatto faticare più del previsto. Ho impressioni diverse mescolate insieme.

La trama

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