“Lo svolgersi dell’imprevisto era tutto. Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di «storia», la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando disastro in un’epopea.”
Ho cominciato questo romanzo con la consapevolezza che fosse ucronico e distopico. Fin dalle prime pagine ho sentito un disagio fisico, immediato: il disagio di riconoscere qualcosa che stiamo vivendo.
Siamo nel 1940. Charles Lindbergh, aviatore, eroe nazionale americano, sconfigge Roosevelt alle elezioni presidenziali cavalcando lo slogan America First e la promessa di non entrare in guerra. L’America scivola verso l’antisemitismo istituzionale; non con le divise nere e i proclami, ma attraverso qualcosa di molto più sottile e devastante. Nei garage, nelle scuole, nei discorsi dei vicini di casa. Nel silenzio di chi sa e non parla.
Roth ambienta il romanzo nel suo quartiere ebraico di Newark, nella sua famiglia, nella sua infanzia reale; e questa scelta è già un atto coraggioso. Sta contaminando i suoi ricordi più cari con una storia alternativa e terribile. La distopia non è un futuro lontano: è la sua memoria, resa mostruosa.
Il romanzo è narrato attraverso gli occhi del piccolo Philip, un bambino che sente tutto senza capire tutto, che ama senza poter scegliere. Ama il fratello Sandy, affascinato da Lindbergh e dal mito americano. Ama il cugino Alvin, arruolatosi in Canada e tornato dalla guerra senza un pezzo, irriconoscibile nel corpo e nell’anima. Ama il padre, che all’inizio mi era sembrato quasi patetico nella sua ostinazione alla normalità, nella sua resistenza fatta di gesti quotidiani e dignità silenziosa.
Mi sbagliavo sul padre. Roth me lo ha fatto capire quando meno me lo aspettavo, con una di quelle frasi che fermano la lettura.
“Possono persino rinchiuderti in un campo di concentramento per farti tacere. Ma ciò che i nostri Hitler nostrani non possono portar via è il mio amore per l’America e il vostro. Il mio amore per la democrazia e il vostro. Il mio amore per la libertà e il vostro. Quello che non potranno portare via, a meno che gli ingenui, i pavidi e i terrorizzati non siano dei fantocci abbastanza stupidi da rimandarli a Washington ancora una volta, è la forza dell’urna.”
Non era patetico, stava resistendo, come resistono le persone comuni quando la Storia chiede loro di scegliere da che parte stare.
Roth è spietato con tutti; non solo con i Lindbergh di turno, ma con chi collabora, chi si adatta, chi trova giustificazioni ragionevoli. Il rabbino che cade nella trappola del potere credendo di proteggere i suoi. I vicini che si piegano un poco alla volta. La rispettabilità che diventa complicità senza che nessuno abbia firmato niente.
Leggere questo romanzo nel 2026 fa un effetto particolare. Il meccanismo che Roth descrive, l’outsider carismatico, lo slogan semplice, la paura come carburante, la folla che non ragiona ma sente, non appartiene al 1940. È la fragilità della democrazia; funziona ogni volta che la paura supera il ragionamento. Lo raccontava Le Bon nel 1895 nel saggio La psicologia delle folle, lo sapeva Roth nel 2004, lo vediamo noi oggi.
Nel finale, Lindbergh sparisce con il suo aeroplano. Il caos che segue porta al potere qualcosa di ancora peggio, come spesso accade quando crolla un equilibrio, anche un equilibrio sbagliato. Ma poi Roosevelt vince le elezioni del novembre 1942. Pearl Harbour. L’intervento americano. La liberazione dell’Europa. La storia reale riprende il suo corso.
Faccio una sola vera critica a Il complotto contro l’America. Nella parte centrale la narrazione si fa più densa e meno immediata: l’ingresso di molte figure della politica americana e il racconto di avvenimenti politici rendono alcuni passaggi più complessi da seguire. C’è un rallentamento della lettura, la Storia ufficiale sembra sovrapporsi alla storia del piccolo Philip, perdendo un po’ della sua forza emotiva.
Ho finito il romanzo in una giornata che poteva essere drammatica per il mondo intero; l’attacco all’Iran che non c’è stato, il respiro del mondo trattenuto e poi rilasciato. Quella frase del padre mi risuona dentro con un peso che Roth non poteva prevedere quando l’ha scritta.
La storia si è raddrizzata quella volta, nel romanzo, nel 1942. E forse, speriamo, per un soffio, anche ieri.
Il terrore di ciò che può accadere può andare in entrambe le direzioni. Dipende da tutti noi, compresi quelli che pensano che tanto non serve a niente, dalla forza che scegliamo di dare al nostro voto nelle urne.