Per la prima volta, invece della copertina, ho scelto di aprire con la foto di una pagina del romanzo. Non una pagina qualsiasi, ma quella in cui Tolstoj descrive l’armamento crescente delle forze occidentali verso la fine del 1811, il momento in cui si capisce che non si torna indietro. Ho pensato che nessuna copertina, per quanto bella, potesse dire di più di quelle righe. La guerra è già lì, in quella pagina.
Ho riletto Guerra e Pace con una sensazione strana, quasi di disagio. Non per il libro, ma per quello che succedeva nel mondo mentre leggevo.
C’è un momento nel romanzo in cui il generale Kutuzov, durante un consiglio di guerra in cui tutti discutono di strategie brillanti, si addormenta. I generali parlano, disegnano mappe, progettano manovre decisive. Lui dorme. E poi vince lui.
Vince perché ha capito una cosa che nessun altro vuole ammettere: che la storia ha un suo corso, e che i grandi uomini convinti di dominarla sono spesso i primi a esserne travolti. Napoleone entra in Russia con la Grande Armée e la certezza del genio. Kutuzov aspetta, si ritira, lascia che il nemico si consumi da solo nel freddo e nell’enormità di un paese che non si lascia conquistare.
Mentre leggevo, pensavo inevitabilmente all’oggi. A un mondo in cui gli Stati Uniti sembrano determinati a demolire con le proprie mani le alleanze costruite in ottant’anni. A guerre commerciali che isolano chi le scatena tanto quanto chi le subisce. A un’Europa smarrita che si interroga sulla propria identità con un’emergenza inquietante. E sullo sfondo, quasi in silenzio, la Cina che osserva. Xi Jinping che non interrompe il nemico mentre commette i propri errori, esattamente come recita una celebre massima attribuita proprio a Napoleone, ma messa in atto da Kutuzov con un’ironia della storia quasi crudele. (Ne jamais interrompre son ennemi quand il fait une erreur)
Guerra e Pace non è un trattato di geopolitica, anche se lo contiene. È un’enciclopedia dell’umanità.
I personaggi sono decine, forse centinaia. È inutile raccontarli tutti, così come è inutile raccontare la trama perché la trama è la vita stessa, non si può riassumere la vita. C’è Andrej, aristocratico e disilluso, che cerca un senso e lo trova sempre un momento troppo tardi. C’è Pierre, goffo e sincero, che attraversa il caos con una specie di grazia involontaria. C’è Nataša, che è forse il personaggio più vivo che la letteratura abbia mai prodotto, non perché sia eroica, ma perché è reale, contraddittoria, capace di bassezze e di slanci con la stessa intensità.
E poi c’è la guerra. Tolstoj non la celebra mai. La mostra nella sua verità più brutale e più assurda: la confusione, la paura, la morte che arriva improvvisa. I soldati non muoiono per la patria nelle pagine di Tolstoj, muoiono e basta, spesso senza capire perché, spesso senza che nessuno se ne accorga davvero. Penso alle immagini che arrivano dall’Ucraina, ai soldati giovani mandati a morire per disegni che non capiscono e che forse non li riguardano. Tolstoj avrebbe riconosciuto tutto.
Quello che rimane, finito il romanzo, non è la memoria delle battaglie, dei nomi russi dei personaggi, dei luoghi, nonostante tutto sia descritto con una precisione chirurgica. È l’umanità che trasuda da ogni pagina. Il capitolo del cielo di Austerlitz è un capolavoro. Il principe Andrej, disteso a terra ferito mortalmente, osserva il cielo e comprende la bellezza della vita, l’insignificanza della vanità e della gloria e prova un sentimento di pietà universale, anche verso i nemici. Un momento di contemplazione e di trascendenza, la consapevolezza della fragilità umana. Ogni capitolo è un romanzo. Tolstoj non giudica, ma osserva con pazienza compassione.
Oggi, guardando un mondo in cui i potenti sembrano tutti convinti di essere Napoleone, e in cui nessuno sembra disposto ad ammettere i propri limiti davanti alla storia, Guerra e Pace fa quasi paura perché Tolstoj descrive qualcosa di immutabile nella natura umana, qualcosa che si ripete con una precisione quasi geometrica.
L’epilogo di Guerra e Pace è un trattato. Tolstoj smette di raccontare e comincia a ragionare sulla storia, sul potere, sulla libertà, sul perché gli uomini obbediscono e credono di scegliere. Si interroga su cosa sia davvero una causa storica, su quanto conti il genio di un singolo rispetto al movimento invisibile di milioni di persone comuni. Quell’epilogo andrebbe studiato a scuola, ma non nelle ore di letteratura, in quelle di storia. Perché contiene una delle riflessioni più lucide e coraggiose sul modo in cui gli esseri umani si raccontano il passato, attribuendo a eroi e condottieri ciò che in realtà è stato il risultato imprevedibile di forze e del caso che nessuno controllava davvero.
Leggerlo oggi, in questo momento del mondo, fa venire i brividi.