La figlia

La mia Valutazione:

8.5/10

n. pagine: 488

Le mie considerazioni

Una coincidenza ha reso indimenticabile la lettura di un romanzo portato in vacanza. Stavo leggendo La figlia di Clara Usón, il romanzo che racconta la storia di Ana Mladić, quando è morto suo padre, Ratko Mladić, ancora detenuto e condannato per il genocidio di Srebrenica.

Ho chiuso La figlia e ho ripreso in mano due libri letti poco prima, Volga Blues di Marzio Mian e L’altra faccia della Russia di Stefano Tiozzo. Sono tre libri molto diversi, ma mi sono accorta che stavano raccontando, in maniera diversa, un equivoco. Un equivoco occidentale: pensare che prima o poi tutti, soprattutto a Est, vogliano diventare come noi, che ambiscano ai nostri valori, al nostro modo di vivere, alla nostra idea di libertà.

Questi libri, invece, mi hanno fatto conoscere popoli con un senso della Patria molto forte, quasi fisico. La Russia vissuta come una madre, tanto che in Volga Blues la guerra per la Madre Russia  viene accettata dalle famiglie, disposte a dare la vita di un figlio per la patria. La Serbia come qualcosa a cui si appartiene dalla nascita, prima ancora di poter scegliere. Un senso della Storia molto presente, i fatti accaduti cent’anni fa sono percepiti molto vicini nel tempo. E qui mi è stata chiaro che il populismo occidentale costruisce l’identità attraverso la paura, cioè siamo noi contro qualcuno: l’immigrato, lo straniero, il diverso, quello che potrebbe portarci via qualcosa.

Il nazionalismo che ho incontrato in questi libri parte invece dall’appartenenza: ti dice che fai parte di qualcosa che esisteva prima di te, un sentimento apparentemente positivo, ma quello stesso sentimento di appartenenza, così forte e a volte persino commovente, può essere manipolato. Mladić e Milošević non lo hanno inventato, ma lo hanno trovato dopo la morte di Tito e lo hanno trasformato in uno strumento per giustificare la violenza e il massacro. Le pagine in cui la Usón narra come è nato il nazionalismo serbo sono molto interessanti; l’intollerabile spietatezza delle milizie serbe verso i bosniaci ricorda da vicino la cronaca attuale in Palestina, per raggiungere un obbiettivo nazionalista non ci si ferma di fronte all’orrore. Tutto è giustificato, fino a quando non colpisce personalmente come è successo ad Ana Mladic.

C’è un altro aspetto che questi libri mi hanno fatto notare, ed è la religione. Dopo decenni in cui l’ateismo era religione di Stato, il crollo dell’URSS non ha portato solo mercato e libertà, ha portato anche un ritorno della fede molto forte, e molto legato al potere. La Chiesa ortodossa russa si è avvicinata al Cremlino fino a diventarne quasi un pilastro, e in Serbia l’ortodossia si è saldata al Kosovo, sentito come terra sacra prima ancora che come confine conteso. Mi chiedo se sia stata la fede a tornare da sola, o se sia stato il potere ad aver bisogno di una nuova ideologia dopo che il comunismo aveva smesso di funzionare, e ad aver trovato la religione già pronta all’uso, come era già successo con il sentimento nazionale.

Ana Mladić non ha scelto suo padre, non ha scelto il luogo e la storia in cui è nata, e il romanzo di Clara Usón non giudica e non assolve. È un romanzo a più voci in cui non si sente quasi quella dell’autrice. Forse è proprio questo che lo rende così potente.

Mi sono chiesta se oggi questa difficoltà dei potenti della Terra a gestire problematiche complesse non sia anche uno dei motivi per cui è così difficile trovare una strada verso la pace. Non solo allora nei Balcani, oggi tra Russia e Ucraina (e Occidente) ma penso anche al Medio Oriente e altre zone del mondo.

Abbiamo bisogno di buoni e cattivi, di una parte giusta e di una parte sbagliata. I social, i giornali e la politica oggi  hanno bisogno di storie semplici e titoli ad effetto. La diplomazia invece ha bisogno del contrario. Ha bisogno di tempo, di pazienza e della capacità di stare nella zona grigia senza dover decidere subito chi ha ragione. Gli accordi che durano dovrebbero nascere lontano dai riflettori e dalla necessità di conquistare voti. Non so però se questi tre libri mi abbiano dato delle risposte. Probabilmente no, ma sicuramente ho capito meglio come sono divampate le guerre nei Balcani, così vicine a noi eppure vergognosamente ignorate. Ho capito come sono nati gli oligarchi in Russia, ho capito, anche se non condivido, il sentimento autentico e l’orgoglio di appartenenza ad una Patria. Non lo condivido perché il senso di appartenenza crea sempre una divisione, un dentro e un fuori, e in un mondo così connesso come quello di oggi i confini e i muri mi sembrano superflui.

Una considerazione finale su questo libro. La figlia è scritto in modo non convenzionale, corale, con più voci narranti che si intrecciano: non racconta solo la storia di Ana Mladić, ma quella di altri ragazzi di etnie diverse la cui vita, le cui scelte, sono state segnate per sempre dalla guerra. È proprio questa scelta corale a dare al romanzo la sua forza, la storia della figlia del “macellaio di Srebrenica” riflette il destino di un’intera generazione cresciuta nei Balcani durante gli anni Novanta.

Verso la fine, quasi inaspettatamente, l’autrice si palesa in prima persona, quasi con ironia, e regala al lettore un momento di leggerezza in un libro che, altrimenti, resta “pesante”. Non pesante nella lettura, che scorre bene, ma per gli argomenti trattati e per la fatica di orientarsi tra date, nomi e luoghi slavi difficili da ricordare e da tenere a mente pagina dopo pagina.

Il voto che assegno non è forse all’altezza di tutte le considerazioni fatte, le riflessioni che mi ha indotto sono tante perché il contenuto è di valore, ma non ha quella forza narrativa  che ti fa dire “ancora una pagina”. Non è un difetto ma non  è proprio un tipo di libro che si divora. Lo consiglio perché è un romanzo che rimane in testa anche dopo giorni.

La trama

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