L’avversario

La mia Valutazione:

9/10

n. pagine: 169

Le mie considerazioni

L’ho acquistato senza leggerne la trama per avvicinarmi a questo autore francese di cui tanto si parla, e dopo poche righe ero già dentro la storia, l’ho divorato in due giorni.

Il titolo inizialmente mi aveva fatto pensare a una contrapposizione tra due individui, invece no: l’avversario è il nemico interno, il demone, quella zona oscura che ciascuno di noi porta dentro e con cui prima o poi deve fare i conti.

Carrère cerca di spiegare, di capire, come un uomo abbia potuto mentire alle persone a lui più care per quasi vent’anni, e poi, nel momento in cui tutto stava venendo a galla, decidere di ucciderle. È una storia vera, su internet ci sono notizie a riguardo. Ho riassunto in poche righe una vicenda che nel libro è trattata con una profondità analitica rara. Il motivo, in fondo, non è chiaro ma le riflessioni che questa lettura ha innescato sono tante.

Una in particolare: l’importanza dell’educazione alla sincerità fin dai primi anni. Jean-Claude Romand veniva da una famiglia in cui la verità era un dogma, non si doveva mentire, ma allo stesso tempo non bisognava addolorare gli altri, non preoccuparli. Impossibile da mettere in pratica, un corto circuito che può fare danni enormi. Sappiamo bene quanto la verità, molto spesso, faccia male. E Romand ha scelto la menzogna come modo per non affrontare la vita.

Non lo comprendo e non lo assolvo. Per me resta un individuo pavido ed egoista. Per espiare ha cercato di suicidarsi  maldestramente e in modo piuttosto discutibile, ma prima ha ucciso freddamente i suoi figli, la moglie, i suoi genitori. Un atto di egoismo assoluto. E poi, in carcere, ha trovato nella religione una sorta di salvezza.  Troppo comodo.

È difficile entrare nella mente delle persone, nell’animo di ciascuno. Stiamo assistendo anche in questi giorni alla riapertura di indagini su delitti del passato, e ogni volta si vede la stessa cosa: chi di fronte a un crimine pensa solo a salvare sé stesso, ad uscirne in ogni modo, senza nessun rispetto per la vittima. Nel caso di Jean Claude Romand, addirittura, le vittime sono le persone che lui dice di amare di più.

Tanta ipocrisia; un tempo c’era la religione a dettare le regole: sbagli, ti confessi e tutto si sistema; oggi c’è la società che ci impone la vita perfetta, la famiglia perfetta, il successo visibile, quando noi esseri umani siamo imperfetti per natura. E quando la realtà non corrisponde all’immagine, invece di dirlo, c’è chi costruisce castelli di menzogna pur di mantenere l’apparenza. Ormai, anche sull’aspetto fisico si usano i filtri per apparire al meglio e molte persone non si accettano più nel vedersi nella realtà.

Occorre fare i conti con la propria coscienza, con i propri pensieri, anche quelli più cupi. È l’unico modo per prevalere sull’avversario che abita in noi. Facile a dirsi. Difficilissimo a farsi in un mondo che corre, offre stimoli continui e non concede pause. Ma Romand non è stato sopraffatto dalla fretta del mondo: è stato sopraffatto da sé stesso, dalla sua incapacità di vivere la vita per quella che era, con i suoi fallimenti e le sue verità scomode. Lui il tempo lo aveva: lo trascorreva in macchina, nei parcheggi, nei boschi, ore e ore a non fare nulla, in un vuoto incomprensibile che a me inquieta più ancora della menzogna. Cosa gli passava nella testa? Ore e ore al giorno, da solo per giorni, per anni.

C’è una domanda che non riesco a togliermi dalla testa, tanto più che si tratta di una storia vera: come ha potuto la moglie non accorgersi di niente, per quasi vent’anni? Io la giudico sapendo già tutto, con il senno di poi. Florence invece viveva dentro un mondo costruito da Romand con una cura maniacale, fatta di dettagli credibili, di una routine rassicurante, di un marito attento e presente. Non aveva motivi concreti per dubitare, però qualcosa poteva indurla a sospettare e c’è stato un momento in cui avrebbe potuto indagare per chiarirsi dei dubbi.

C’è poi un’altra figura che rimane impressa: Luc, l’amico di sempre, devastato dalla vicenda. Come amico vero, esterno alla vita domestica, avrebbe forse potuto cogliere qualcosa. E invece niente. Il senso di colpa che si porta dietro è comprensibile, anche se Romand lo aveva ingannato con la stessa maestria con cui aveva ingannato tutti.  C’è qualcosa di particolarmente crudele in questo: aveva trasformato e consumato anche l’amicizia in uno strumento della sua finzione. Luc sopravvivendo  a un inganno così devastante resta con una domanda impossibile da togliersi di dosso: avrei potuto fare qualcosa?

L’ amore e la fiducia rendono ciechi, non per stupidità ma per una scelta sentimentale inconscia. Mettere in discussione il marito avrebbe significato mettere in discussione vent’anni di vita, i figli, la casa, la propria identità. A volte non vediamo perché non possiamo permetterci o non vogliamo vedere. E forse a Florence, la moglie, quella vita perfetta, invidiabile, piaceva troppo per volerla mettere a rischio. Anche dal punto di vista finanziario Romand ha giocato sporco, sapendo che quando ci sono delle relazioni di parentela o affettive la richiesta di prove (carte, estratti conto, pezze d’appoggio di operazioni finanziarie) sembra un’offesa, un segnale di sfiducia.

Un altro aspetto che mi ha colpita: l’amore gratuito dei volontari che lo hanno assistito in carcere. Persone ammirevoli, spinte da una fede e un sentimento religioso che io non ho e che onestamente non so se sarei capace di avere. Eppure, quella disponibilità totale, quella capacità di vedere nell’altro qualcosa che merita cura anche quando ha fatto cose imperdonabili, ha qualcosa di disarmante. Ho trovato un contrasto potente: Romand, che per anni aveva finto di lavorare per gli altri e quindi ammirato per questa sua attività di medico ricercatore, si ritrova alla fine assistito da persone che lo fanno davvero, gratuitamente, senza secondi fini. La vita, a volte, è ironicamente amara.

Questo libro induce a riflettere sulla vita: quanto di quello che diamo per scontato nelle nostre relazioni, non solo amorose, poggia su basi davvero solide? Abbiamo paura di metterle alla prova? Serve coraggio, non sempre siamo in grado di porci e affrontare domande di cui temiamo la risposta. Poi arriva Emmanuel Carrère e, con lui, cercando di capire il protagonista ci si scava dentro.  Una lettura scomoda, ma molto stimolante.

La trama

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