“Non si sentivano più fidanzati, era come se avessero saltato l’arduo calvario della vita coniugale, e fossero andati dritti all’essenza dell’amore. Passavano il tempo in silenzio come due vecchi sposi scottati dalla vita, al di là delle trappole della passione, al di là degli scherzi brutali delle illusioni e dei miraggi dei disinganni: al di là dell’amore. Perché avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l’amore era l’amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte, ma tanto più denso quanto più era vicino alla morte”
Rileggere un libro di un autore che amo è sempre un rischio. Lo riapro con la memoria di quello che mi aveva dato, e non sempre ritrovo la stessa cosa. A volte ritrovo di più. A volte ritrovo qualcosa che la prima volta non avevo visto, o a cui non avevo fatto caso.
È quello che mi è successo con L’amore al tempo del colera. Lo avevo letto da giovane, circa quarant’anni fa, l’ho riletto adesso, e García Márquez è rimasto quello che era: un grande scrittore, capace di portarti fisicamente in quei luoghi, nel calore dei Caraibi, nei colori e negli odori di un mondo lontanissimo. La sua prosa è incantevole, gli aneddoti che apre e chiude sono spesso il meglio del libro. La trama racconta un’ossessione giovanile portata avanti per oltre cinquant’anni, un’ossessione appunto, non la considero più una lunga storia d’amore come ho ricordato per anni. L’amore è arrivato in un secondo tempo quando i protagonisti erano entrambi anziani e cambiati. Il genio è indiscutibile, eppure…
Eppure, questa volta, certe scene mi hanno disturbata in un modo che prima non avevo sentito. Una relazione con una ragazzina di quattordici anni raccontata senza alcun turbamento. Termini razzisti usati con naturalezza. García Márquez non se ne fa un problema: si confondono nella prosa bellissima con cui descrive tutto il resto, ed è proprio questo il mio disagio, sembra che non si accorga di quello che racconta.
Mi sono chiesta: sto diventando bacchettona? Non credo che notare certe cose sia moralismo. È che il mondo è cambiato, e giustamente. E io sono cambiata con lui.
La stessa cosa vale per Jorge Amado, che amo profondamente. Stessa sensualità, stessa capacità di creare mondi, stesso sguardo maschile sulle donne che oggi stona. I grandi scrittori erano figli del loro tempo, con tutti i limiti che questo comporta. La loro grandezza la riconosco nella scrittura, non nella morale quindi posso provare l’ammirazione e il disagio, senza dover scegliere.
Ma quello che mi ha colpita di più, rileggendo, è un’altra domanda: come facevo, da adolescente o poco più, a leggere certe cose senza che mi disturbassero? Probabilmente, credo, è che leggevo tutto, e non solo loro.
In quegli stessi anni in cui scoprivo García Márquez e Amado, leggevo Simone de Beauvoir, Oriana Fallaci, Dacia Maraini. E poi Isabel Allende, sudamericana come loro, stessi colori e stessa sensualità, ma con uno sguardo completamente diverso. Le sue donne non sono oggetto del desiderio maschile: sono soggetto della propria storia. Clara Del Valle, Ines, Alba sono nel mio cuore come i Buendía, ma per ragioni diverse.
I sudamericani mi aprivano un mondo di emozioni e di sensi che non avevo mai visto. Le autrici che ho citato e altre mi procuravano un senso critico anche se allora non me ne rendevo conto. Le letture si bilanciavano, si contraddicevano, si completavano e mi formavano come lettrice e come persona.
Penso spesso all’Ottocento, e a quanto quella letteratura dica di come gli uomini vedevano le donne, e di come le donne si vedevano tra loro. Gli scrittori maschi punivano le donne che seguivano i propri desideri: Anna Karenina muore sotto un treno, Emma Bovary si avvelena, Marguerite Gautier si consuma di tisi. Il messaggio era sempre lo stesso: la donna che non si controlla o non vive secondo la morale dell’epoca paga con la vita.
Le scrittrici coeve raccontavano tutt’altro. Elizabeth Bennet non muore, vince con l’intelligenza e l’ironia così come le altre protagoniste austeniane, Jane Eyre non si piega, resiste, e alla fine sceglie da una posizione di forza morale. Erano donne che scrivevano di donne, con uno sguardo rivoluzionario per l’epoca. Due letterature dello stesso secolo, molto diverse tra loro. Io le ho lette entrambe, quasi contemporaneamente, per caso e per istinto. E forse è proprio per questo che certe cose oggi mi stridono: non perché sia diventata intollerante, ma perché ho sempre avuto, accanto a ogni sguardo maschile sul mondo, una voce femminile che raccontava le cose diversamente.
I libri formano l’umanità. Non sono solo uno specchio della società: spesso la precedono, la disturbano, la costringono a fare i conti con ciò che esiste già nella coscienza collettiva prima che le leggi lo riconoscano. I romanzi russi dell’Ottocento mostravano i servi della gleba con una umanità che la legge non riconosceva loro. Dickens raccontava i bambini nelle fabbriche quando nessuna legge li proteggeva. La De Beauvoir scriveva di libertà femminile vent’anni prima che le donne avessero diritti reali in molti paesi europei. La letteratura, l’arte, la cultura non aspettano le leggi: le precedono, le sollecitano, disturbano il potere politico ed economico.
E questo mi fa pensare alle battaglie di oggi contro la cosiddetta cultura Woke. Al di là degli eccessi che a volte la rendono assurda e controproducente, l’idea di fondo non cambia: i diritti, una volta che entrano nella coscienza collettiva, non tornano indietro. Ci possono essere resistenze, regressioni, ma la storia va in una direzione sola. Certe cose, una volta riconosciute come ingiuste, non possono essere negate per sempre.
La letteratura dà un volto umano e una voce a chi non ce l’aveva ancora. Le donne non torneranno a non votare, i neri americani non torneranno a bere alle fontanelle separate, la pedofilia è e sarà un reato e così via. Una volta che hai letto certi libri e hai scoperto certi volti, certe vite, non puoi più fingere che non esistano.
Non posso chiudere questa lunga riflessione, in cui mi rendo conto di aver raccontato poco o niente del romanzo, senza nominare Cent’anni di solitudine. È stato il libro che mi ha fatto amare la lettura, uno di quelli con cui misuro, forse ingiustamente, ogni romanzo. La famiglia Buendía è nel mio cuore da quarant’anni e ogni tanto vado a cercarla come si va a cercare qualcuno a cui si vuole bene. García Márquez in quel romanzo è stato eccelso, irripetibile. In questo è stato un grande scrittore e non è poco. Sono due cose diverse, sarei disonesta a non dirlo.