A Natale mi sono fatta un regalo: l’edizione dei Meridiani di Jane Austen, con la prefazione di Liliana Rampello e la traduzione di Susanna Basso, un volume che sentivo di dover avere nonostante le diverse edizioni di romanzi austeniani che ho acquistato nel tempo. L’occasione era quella giusta: i 250 anni dalla nascita di Jane Austen, una ricorrenza che mi sembrava il momento perfetto per tornare a lei in modo più maturo, con un’edizione all’altezza. Non era la prima volta di Ragione e Sentimento, ma questa rilettura mi ha sorpresa: ho trovato dettagli che mi erano sfuggiti, a partire dal titolo. Ogni volta che ci torno, Jane Austen ha qualcosa di nuovo da dirmi.
Il titolo Ragione e Sentimento presuppone una contrapposizione netta tra controllo e passione, come se le due cose non potessero coesistere, mentre Elinor e Marianne sono molto più sfumate di così. Credo che Senso e Sensibilità, il titolo originale, renda meglio l’idea di quel sottile gioco tra cuore e giudizio. Senso inteso come buon senso, la capacità di giudizio, la saggezza pratica nel leggere il mondo e le persone: l’assennatezza di Elinor. La sensibilità incarnata dalla vulnerabile Marianne è invece la capacità di sentire profondamente, di recepire le emozioni, la bellezza.
Elinor e Marianne affrontano il mondo in modi diversi. Elinor è riflessiva, misurata, sempre attenta alle conseguenze. Marianne si getta nelle emozioni a capofitto, con una generosità che la rende vulnerabile ma anche straordinariamente viva. Entrambe maturano nel corso del romanzo, ma lo fanno seguendo strade diverse e questa è, per me, una delle cose più belle che Austen abbia scritto: mostrare che non esiste un solo modo giusto di crescere, e che cuore e mente possono convivere senza annullarsi a vicenda. Mentre leggevo, non riuscivo a fare a meno di ritrovare i volti degli attori della versione cinematografica: Elinor avrà sempre per me il volto della straordinaria Emma Thompson, Marianne quello di una giovanissima Kate Winslet, ed Edward la timidezza gentile di Hugh Grant. Attori bravissimi, che hanno saputo dare corpo e anima a questi personaggi, aggiungendo qualcosa di loro alla storia.
C’è un momento in cui Marianne sentenzia che il trentacinquenne colonnello Brandon sia praticamente decrepito, prova schiacciante: lo ha sentito parlare di un gilet di flanella. È un momento comico, ma Austen lo usa con precisione per mostrarci quanto sia facile costruire giudizi su nulla più che pregiudizi. Marianne è convinta di sapere già tutto, e questo la rende ottusa proprio mentre si crede perspicace.
Anche i personaggi secondari mi hanno colpita in questa rilettura. La moglie avida di John Dashwood, con la sua grettezza travestita da buon senso, fa risaltare per contrasto la generosità della famiglia Dashwood. Edward Ferrars, timido e tormentato,ha una fermezza morale silenziosa che trovo profondamente onesta. E poi c’è Mrs. Jennings: pettegola, invadente, ma in fondo affettuosa, che aggiunge ironia e calore insieme. Questi personaggi non sono sfondo: sono lo specchio in cui le protagoniste si riflettono. Ciò che li rende così vividi è il modo in cui Austen sceglie di raccontarli: non attraverso descrizioni psicologiche esplicite, ma lasciando fare alle loro parole. La vanità di Robert Ferrars, il calcolo di Lucy Steele, la vuotezza di Lady Middleton emergono dal dialogo, senza che la Austen debba intervenire a giudicare e precisare. È proprio il dialogo il vero motore del romanzo, usato con un brio che ricorda l’arte teatrale. Nelle conversazioni c’è sempre qualcosa di non detto e leggendo si riesce a cogliere l’ipocrisia dietro la cortesia, l’ambizione dietro la dolcezza. Questo romanzo in certe parti sembra una commedia degli equivoci: si aspetta una persona e ne arriva un’altra, i malintesi si moltiplicano, la vicenda si sviluppa ironicamente.
Nei romanzi di Jane Austen, o meglio nelle sue eroine, non c’è ossessione per la ricchezza, né passioni che travolgono tutto e lasciano solo macerie. Gli errori possono essere riconosciuti e corretti. Le relazioni si costruiscono con ascolto, comprensione, pazienza. Come negli altri suoi romanzi, anche in Ragione e Sentimento il cuore sono le relazioni umane: tra ragazzi e ragazze, tra donne di generazioni diverse, tra genitori e figli. Questa capacità di raccontare la società attraverso giovani eroine alla ricerca della propria felicità è ciò che la rende ancora così viva e vicina. Desiderare la felicità è un tema che non invecchia, e se i giovani la leggono ancora oggi è perché nelle sue pagine riconoscono qualcosa di universale.
C’è però un’altra Austen, meno celebrata, che vale la pena ricordare. Come ha osservato Susanna Basso, Austen può essere letta come una lettura tranquilla, oppure può sommuovere cose potentissime, letterariamente e non solo. È stata a lungo filtrata e un po’ addomesticata dalla letteratura vittoriana, complice la biografia del nipote che l’ha relegata al ruolo di “signorina per bene”. Per fortuna restano i romanzi. Se Beckett l’ha definita “divina”, possiamo fidarci: non era certo uno da romanzo rosa. E lei di questa cosa era consapevole: ci ha scritto sei romanzi su cosa doveva vedersela, a partire dall’impossibilità di un’autonomia economica per le donne del suo tempo.
Non a caso, sul frontespizio della prima edizione il suo nome non compare: solo by a Lady. Jane Austen pubblicò tutti i suoi romanzi in forma anonima, scelta che rifletteva insieme il suo carattere schivo e un condizionamento sociale fortissimo. All’epoca alle donne era di fatto impedito di essere personaggi pubblici, di esporsi al di fuori della cerchia familiare. Firmare un libro con il proprio nome era, in quel contesto, un gesto quasi impossibile. Ho scelto di inserire nella recensione l’immagine della prima edizione proprio per questo: quel frontespizio racconta, in silenzio, molto più di quanto sembri.
Durante la lettura mi sono ritrovata a fare paralleli con il romanzo omonimo di Stefania Bertola. Ovviamente non siamo di fronte a un capolavoro, ma Bertola scrive con un’ironia sottile e scorrevole, tutta sua, che in qualche modo ricorda lo spirito di Austen pur essendo completamente contemporanea. Una lettura leggera e divertente, ambientata a Torino e dintorni, che dice qualcosa su quanto Austen continui a ispirare.
Rileggere Ragione e Sentimento è stato, ancora una volta, un piacere. Jane Austen riesce a unire ironia, profondità e leggerezza, senza che nessuna delle tre prevalga sulle altre. Ho alternato la lettura all’ascolto dell’audiolibro letto da Paola Cortellesi, che ha saputo dare alla storia una voce tutta sua, arricchendola.