La vegetariana di Han Kang apre un percorso di lettura dedicato alla metamorfosi. Non racconta una trasformazione spettacolare o visibile, ma una metamorfosi lenta, disturbante e radicale, che coinvolge il corpo, il linguaggio e l’identità.
All’inizio della lettura sono rimasta spiazzata: non riuscivo a capire Yeong-hye, né a sentirla vicina. Il suo gesto di smettere di mangiare carne mi è apparso improvviso e irrazionale. In questa prima fase ho provato più incomprensione che empatia, come se la sua trasformazione non avesse una logica riconoscibile.
Il romanzo affronta temi complessi come la salute mentale, il patriarcato, la violenza invisibile e il controllo del corpo femminile. È ambientato nella Corea del Sud dei primi anni Duemila, una società tecnologicamente avanzata ma ancora fortemente conformista e patriarcale, in cui alla donna è richiesto di essere silenziosa, adattabile e funzionale alla famiglia. In questo contesto, il corpo femminile diventa uno spazio di controllo più che di libertà, e la metamorfosi di Yeong-hye nasce proprio dal rifiuto di questo ruolo imposto.
Nei tre episodi del romanzo la natura assume un ruolo centrale e accompagna il processo di trasformazione. Nel primo, il rifiuto della carne rappresenta una ricerca di purezza naturale e un rifiuto della violenza, non solo verso gli animali ma verso l’intero sistema sociale. Nel secondo episodio, la macchia mongolica assume un valore simbolico ed estetico, richiamando una natura primordiale. Nel terzo, Fiamme verdi, la metamorfosi si compie: Yeong-hye rifiuta il linguaggio, il corpo umano e la vita sociale, fino a desiderare l’annullamento dell’umano per trasformarsi completamente.
La seconda parte, legata alla macchia mongolica, mi ha colpita profondamente. È una macchia tipica dell’infanzia e il fatto che il cognato si fissi proprio su questo dettaglio, arrivando a eccitarsi, mi ha profondamente turbata: in questo sguardo ho colto qualcosa di disgustoso e inquietante, vicino a uno sguardo pedofilo. Yeong-hye viene ancora una volta privata della sua soggettività e ridotta a corpo, a superficie da desiderare e usare. Han Kang vuole mettere a disagio il lettore, e con me ci è riuscita pienamente: il turbamento è parte integrante dell’esperienza di questa lettura.
I personaggi che circondano Yeong-hye incarnano ruoli ben definiti: lei rappresenta la ribellione radicale; il marito, il padre, il cognato e i medici sono figure di oppressione e di controllo sociale, impegnate a riportarla alla normalità; la sorella, invece, è una vittima passiva, schiacciata dal dovere e incapace di ribellarsi davvero.
Nella prima parte ho percepito un richiamo a Pirandello, in particolare a Uno, nessuno e centomila: come accade nei suoi romanzi, il personaggio appare disturbante perché lo osserviamo solo attraverso lo sguardo degli altri, il nostro sguardo convenzionale. Anche Yeong-hye smette di “stare al gioco” senza fornire spiegazioni, e questo mette a disagio sia chi le sta intorno sia il lettore.
Inizialmente ho cercato una causa, una spiegazione al suo cambiamento. Andando avanti nella lettura, però, emergono le violenze invisibili: il controllo del marito, la brutalità del padre, la pressione della famiglia, il ricovero forzato. A quel punto ho smesso di chiedermi cosa non andasse in lei e ho iniziato a chiedermi cosa le venisse fatto.
Yeong-hye non ha mai una vera voce: la conosciamo solo attraverso le parole del marito, del cognato e della sorella, sguardi che la giudicano, la usano o cercano di “aggiustarla”. Alla fine sono passata dall’incomprensione all’empatia, non perché abbia capito Yeong-hye, ma perché ho smesso di pretendere spiegazioni.
La vegetariana ha una trasformazione radicale: una metamorfosi inquietante, che rifiuta consolazioni e spiegazioni e rende il romanzo disturbante e significativo. La letteratura, qui, non rassicura: mette in crisi e costringe a cambiare sguardo. E in questo, La vegetariana, riesce pienamente.