Ho appena terminato l’ascolto dell’audiolibro, incuriosita dal fatto che una delle lettrici sia proprio l’autrice, e devo ancora capire se questo romanzo mi sia piaciuto. Di certo non quanto Oliva Denaro. Ero stata alla presentazione del libro, ho aspettato il momento giusto per leggerlo, avevo preso appunti dall’autrice e nutrito grandi aspettative.
Viola Ardone scrive benissimo e questa volta ha scelto un tema importante: la guerra in Ucraina, ma non solo. Nel romanzo confluiscono molti argomenti – guerra, abbandono, lutto, depressione, separazione – e questo mi ha spiazzata. L’autrice riesce a gestirli con un racconto a tre voci in prima persona, inserendo anche dell’ironia, ma alla fine ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa: non mi sono emozionata come avrei voluto.
Kostya è il bambino, Tato – Roman – è il padre, Irina è la donna che ha lasciato l’Ucraina anni prima: mamma, nonna e domestica o più angelo custode di Vita, una donna che, a dispetto del nome, non ha più voglia di vivere. Kostya fugge dall’Ucraina tra bombe e macerie, soldati e disertori, uomini che restano e donne che partono. Arriva a Napoli, dove Vita ha tutto e niente: la pace e il benessere, ma anche un lutto che l’ha sprofondata nella solitudine, nella malattia e nei farmaci, incapaci però di guarire ferite che non si rimarginano. Solo l’arrivo di Kostya cambia le cose: quel bambino che le prende la mano ha bisogno di lei.
C’è poi Roman, figlio di Irina e padre di Kostya, che ha l’età che avrebbe avuto suo figlio se fosse ancora vivo. Non importa che non sia suo: l’importante è che quel figlio sia vivo. Per questo Vita si rialza e parte, in modo irrazionale, per aiutare il figlio di un’altra. Forse lo fa perché avrebbe voluto che qualcuno lo facesse per il suo. L’altro da te potrebbe essere te: è questa consapevolezza che la rimette in piedi.
All’inizio Kostya mi è sembrato adorabile, ma andando avanti è diventato pesante, quasi una caricatura di piccolo adulto. Avrebbe dovuto essere il cuore del romanzo, invece non mi ha emozionata, né divertita, né sorpresa. È un personaggio costruito più per suscitare tenerezza che per risultare reale.
Il personaggio che ho apprezzato di più è Irina, la domestica-poetessa che parla come un verso di Dante. È l’unica con una vera voce, un’anima, un senso. È la colonna portante della storia, la voce della saggezza, della pazienza e della dignità.
Alla fine il libro mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmata. Dentro ci sono la famiglia, la guerra, la malattia, il lutto, la solitudine, la forza di rialzarsi, la paura, la negazione, la realtà: tutto bello, ma forse troppo.
L’immagine della copertina è interessante. L’uccellino sembra ricordarci che c’è ancora tanta vita, anche quando resta ferma, raccolta, in attesa di trovare il coraggio di volare.